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Santa Lucia e l’asinello: le radici rurali della notte più lunga dell’anno

by Luisa Nardecchia savethebiodiversityLUISA NARDECCHIA

La festa del 13 dicembre è una celebrazione complessa e stratificata, profondamente radicata nella nostra storia rurale, nel ciclo immutabile delle stagioni e nel rapporto ancestrale tra uomini, terra e animali. In questo giorno, anticamente considerato il “più corto” dell’anno, il mondo contadino ha saputo fondere il paganesimo solstiziale con la devozione cristiana, creando un sincretismo culturale di straordinaria forza. Attraverso la figura dell’asinello e le umili offerte di fieno e farina, questa tradizione continua a trasmettere i valori fondamentali di reciprocità, gratitudine e rispetto per gli animali. Così, ogni anno, Santa Lucia, portata da un umile asinello, torna a sconfiggere simbolicamente il buio, illuminando l’inverno più profondo e riscaldando i cuori con la promessa di una nuova stagione.

Nel cuore di dicembre, quando l’oscurità sembra aver raggiunto il suo zenith, e la luce del giorno dura appena nove ore, emerge la figura di Santa Lucia, martire siracusana il cui nome è intrinsecamente legato alla vista, agli occhi, alla lux, la luce.
La sua ricorrenza cade in una data che è un crocevia simbolico, il 13 dicembre, complesso archetipo culturale con cui la fede cristiana interpreta le antichissime risonanze pagane del solstizio d’Inverno.

Santa Lucia, un passo di gallina!” sentenziava ogni anno mia madre, per dire che dal 13 dicembre la luce del giorno diventa appena appena più duratura, un passetto, il passo di una gallina, quel tanto che lascia intravedere una luce in fondo al tunnel.

SANTA LUCIA E L'ASINELLO: LE RADICI RURALI DELLA NOTTE PIÙ LUNGA DELL’ANNO

Lucia, tra storia e leggenda

Santa Lucia di Siracusa subì il martirio nel 304 d.C. durante le persecuzioni anticristiane di Diocleziano. Nelle agiografie più antiche (Atti di Santa Lucia) il supplizio non menziona gli occhi: Lucia, proveniente da una famiglia ricca, fece voto di castità e consacrò la sua vita alla carità. Visse distribuendo segretamente i suoi beni ai poveri e portando cibo e conforto ai proto-cristiani nascosti nelle catacombe per sfuggire alle persecuzioni.

Un giovane romano la denunciò al prefetto Pascasio, per vendicarsi del fatto che Lucia non aveva ceduto alle sue avances. E così Lucia subì il martirio, con l’accusa di professare la fede cristiana.

Il martirio consisteva in una pena infamante, la prostituzione. Ma miracolosamente il suo corpo divenne così pesante che né gli uomini, né i buoi riuscirono a smuoverla per trascinarla nel lupanare. Fallito questo tentativo, la condanna fu il rogo, ma il fuoco non riuscì a scalfirla.
Quando queste torture fallirono, i carnefici ricorsero a un mezzo più rapido e definitivo: conficcarle una lancia (o un pugnale) alla gola.

Gli occhi verranno in seguito

La leggenda dell’accecamento di Lucia non ha riscontro nella storia: sembra essere un’ulteriore sovrapposizione sviluppatasi dopo la stesura degli Atti originali, una devozione popolare che andò a integrarsi nel complesso narrativo della “Passio Sanctae Luciae“.

Secondo una versione fu lei stessa a strapparsi gli occhi, per sfuggire alle insidie di quel ragazzo pagano, che pare si fosse invaghito proprio degli occhi di Lucia.

Secondo un’altra versione le sarebbero stati cavati durante il martirio, ma in seguito Dio le avrebbe miracolosamente restituito la vista, un po’ come abbiamo visto fare con il mantello risanato di San Martino.

Queste versioni, che legano Lucia agli occhi, sono facilmente spiegabili: vanno ad innestarsi sull’ antica tradizione rurale della rinascita della luce dopo il solstizio d’inverno, fenomeno che l’Imperatore Aureliano aveva da poco istituzionalizzato con la festa del Sol Invictus.
Lucia, lux, è luce che torna. La notte più lunga e il giorno più corto coincidono con l’inizio dell’inversione di tendenza.

Santa Lucia e l'Asinello: le radici rurali della notte più lunga dell’anno

Le “Calende di Santa Lucia”

Perché era così tanta l’importanza di questo giorno dell’anno?
Perché il solstizio d’inverno sanciva l’inizio dell’anno rurale, momento essenziale per la semina primaverile, e per prevedere il futuro climatico dell’anno rurale successivo.

Si tratta della “tradizione delle Calende”, da non confondere con le Calende “ufficiali”, cioè quelle che segnavano il primo del mese nel Calendario romano.
Le Calende di Santa Lucia erano invece una pratica popolare e folklorica, un sistema di previsione meteorologica empirica utilizzato per secoli nelle comunità rurali.

Di che si tratta? L’osservazione meteorologica prendeva in considerazione i giorni dal 13 dicembre al 6 gennaio, per complessivi 25 giorni, suddivisi in due tronconi di 12 giorni ognuno, con esclusione del giorno 25 (Natale, Sol Invictus), giorno sacro in cui il tempo si fermava.
I primi dodici giorni, dal 13 al 24 dicembre, venivano denominati calenne dritte, e determinavano il tempo meteorologico della prima metà del mese. I secondi dodici giorni dal 26 dicembre al 6 gennaio, venivano denominate calenne rovesce, e determinavano il tempo meteorologico della seconda metà del mese.

Si tratta di un metodo empirico basato su calcoli probabilistici approssimativi, che serviva di norma al contadino per prevedere le annate rovinose dei raccolti, per esempio le estati piovose. Non esiste nulla di scientifico in questo metodo, tuttavia alcuni continuano ancora oggi a praticarlo.

Ma il solstizio d’inverno… non era il 21 dicembre?

Lo scarto tra il 13 dicembre e l’attuale data del solstizio, che cade il 21 o 22 dicembre, è dovuto al ben noto intervento di riforma del Calendario Giuliano e al successivo Calendario Gregoriano, che spostò in avanti il giorno astronomicamente più corto, riportandolo alla data corretta del 21-22 dicembre. La festa di Santa Lucia rimase però ferma al 13 dicembre.
La credenza popolare era ormai “sbagliata” dal punto di vista astronomico, ma profondamente radicata nella memoria culturale, al punto da restare invariata nei secoli.

Occhi, ma non solo occhi

La Santa di Siracusa è tutt’oggi protagonista di numerose e radicate devozioni legate agli occhi, alla vista, e dunque anche all’avvistamento dei pericoli, alla protezione.
Tanti sono i luoghi montani e collinari dedicati a Santa Lucia, che spesso hanno una connessione diretta con i concetti di visione e avvistamento, come per esempio il Colle Santa Lucia (Dolomiti, Belluno, Veneto) o il Santuario di Santa Lucia in Rupe (Villanova Mondovì, Cuneo, Piemonte).

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Santa Lucia, Jacopo Palma il Giovane
Chiesa dei SS. Geremia e Lucia, Venezia

La Santa è considerata protettrice anche contro i mali della gola e le emorragie. Questo patronato è direttamente collegato al martirio, come detto sopra, per taglio di spada alla gola.

Pensate infine che, per estensione del suo patrocinio sulla vista, Santa Lucia protegge le categorie professionali la cui attività dipende strettamente dalla luce o dagli occhi: elettricisti e tutti coloro che lavorano con la luce artificiale; occhialai e ottici, sarti, ricamatori e tessitori, che richiedono una vista eccezionalmente acuta e la necessità di lavorare spesso al buio o con poca luce; e pure e scrittori e notai, cioè chi utilizza la luce per leggere o scrivere. Nella tradizione del Nord Italia (dove agisce come figura portatrice di doni), è anche la protettrice dei bambini, che premia con i doni (luce) e ammonisce con il carbone (buio), ribadendo il suo ruolo-guida durante la notte più lunga dell’anno.

Gli attori della narrazione

La devozione per la giovane martire cristiana si innesta, come visto, sulle antiche tradizioni del mondo contadino e sul respiro ciclico delle stagioni, e ci regala un frammento antico di saggezza rurale: la perenne lotta tra luce e ombra, di cui abbiamo già parlato per il giorno di San Martino.

I protagonisti di questa celebrazione popolare sono tre: Santa Lucia, in particolare i suoi occhi, generalmente evidenziati su un piatto; il suo fedele e umile asinello; e il mondo agro-pastorale che, per secoli, ha scandito la propria esistenza sul ritmo della terra.
La figura della martire cristiana che porta la luce della fede e la speranza, nei paesi nordici raffigurata con una corona di candele, ha dunque assorbito i riti propiziatori pagani incentrati sul ritorno del sole. Quando i missionari cristiani giunsero in Scandinavia, la storia di una fanciulla che portava luce in mezzo alle tenebre senza dubbio ebbe un grande significato nel mezzo dell’algido dicembre del Mare del Nord.

Santa Lucia e l'Asinello: le radici rurali della notte più lunga dell’anno

Il culto cristiano di Santa Lucia è uno dei pochi che resiste nei paesi del Nord Europa, come DanimarcaFinlandia Norvegia, dove prevale la religione luterana. Ma è vivo anche in Svezia, dove ogni anno viene «eletta» una Santa Lucia, una ragazza che, indossando una corona di candele, guiderà una processione di giovani vestite di bianco e con i capelli intrecciati con  nastri rossi e foglie.

L’Asinello: umile protagonista del mondo rurale

L’asinello accompagna Lucia nella tradizione del Nord d’Italia. L’arrivo notturno della Santa in molte tradizioni del Nord Italia è un volo a dorso d’asinoper consegnare i doni.
In alcune località, sempre al Nord, è presente nel folklore anche un ulteriore aiutante portatore di doni, il Castaldo.
Ma l’asino non è un semplice mezzo di trasporto, è un potente simbolo del mondo contadino.

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Proprio per questo, il rituale prevede che i bambini lascino un’offerta non solo per la Santa, ma soprattutto per il suo instancabile asinello: l’offerta (fieno, paglia, carote, sale grosso) per l’asinello è una tradizione radicata in specifiche aree del Nord Italia, dove Santa Lucia funge da portatrice di doni, sostituendo figure come San Nicolò (Santa Claus) o Babbo Natale. Lasciare queste offerte non è solo un atto di gentilezza, è un rituale che insegna ai più piccoli i valori di reciprocità e interdipendenza che regolavano l’ecosistema contadino. È un simbolico pagamento per un anno di duro lavoro e un investimento nella forza dell’animale per l’anno a venire, assicurando la prosperità della famiglia.

Santa Lusìa, la scarpa l’è mia, la bursa l’è dal pupà: Santa Lusìa la gnaràa. La gnaràa com trì bumbòn, caramèli e turòn  (Traduzione: Santa Lucia, la scarpa è mia (la calza per mettere i regali), la borsa è del papà (l’asinello che li porta) Santa Lucia arriverà. Arriverà con tre dolci, caramelle e torrone (Cremona).

L’iconografia

Come viene rappresentata la Santa della luce invernale? Tradizionalmente, l’attributo principale è il piatto con gli occhi (attributo primario), anche se, come abbiamo detto sopra, è il più leggendario e non compare negli Atti originali del martirio.
Il piatto con gli occhi simboleggia l’episodio in cui la Santa si sarebbe strappata gli occhi (o le sarebbero stati cavati) e li avrebbe offerti sul piatto al giovane innamorato (o al prefetto Pascasio). Rappresenta due cose: la sua fede invincibile (pur privata della vista terrena, non perse la visione interiore); e il messaggio morale, cioè la bellezza di quegli occhi che avevano ammaliato il ragazzo è nulla rispetto alla forza d’animo. E’ questo l’attributo che fissa la sua identità come protettrice della vista.

Il secondo attributo è la palma del martirio: come per quasi tutti i martiri cristiani, la palma è un elemento sempre presente o implicito. Simboleggia universalmente il martirio e la vittoria (palma della vittoria, simbolo sia pagano che cristiano) sulla morte.

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Il terzo attributo è la lampada o la corona di candele sul capo: questi elementi rimandano direttamente all’etimologia del suo nome, come già detto, lux – luce. La corona di candele è diffusa soprattutto nell’iconografia scandinava (Svezia, Finlandia), dove la Santa viene raffigurata con una corona di candele accese sul capo. L’immagine richiama la leggenda secondo cui Lucia portava cibo ai cristiani nascosti nelle catacombe, indossando una corona illuminata per avere le mani libere per portare i viveri. Simboleggia la luce della speranza che squarcia il buio. A volte è raffigurata anche con una lampada a olio.

Poi abbiamo la lancia o il pugnale, che rappresentano la causa effettiva della sua morte, secondo le fonti agiografiche più accreditate. Il pugnale, o la lancia conficcata alla base del collo o in gola, è il simbolo del supplizio e sancisce il suo patronato anche contro i mali della gola e del sangue.

Infine c’è il Libro o il Vangelo, a simboleggiare la sua profonda fede e il suo impegno. A volte la lancia o il pugnale sono conficcati in questo libro, a rappresentare il trionfo della fede nonostante la violenza del supplizio.

Possiamo riassumere gli attributi di Santa Lucia in questo riepilogo:  una martire la cui fede (il libro) trionfò sul martirio (la lancia), portando la luce (la corona di candele, occhi) e ottenendo il patrocinio sulla vista.

L’asino, da sempre, e in tutta la tradizione biblica, è associato alla mitezza e alla docilità. In numerose occasioni abbiamo approfondito, per esempio qui e anche qui, miti e tradizioni con questo carattere peculiare.
Ma non si può comprendere a pieno il significato di quella che abbiamo chiamato equitazione celeste nella storia di Santa Lucia, senza evocarne il potente contraltare pagano della Caccia Infernale.
Si tratta di un tòpos originario della cultura mitologica classica (mito di Atteone), poi diffuso in gran parte d’Europa (il Wild Hunt nel folclore nordico).
Per esempio ricordiamo Odino, che attraversa i cieli invernali portando scompiglio, accompagnato dal suo destriero nero.
Ma una delle più macabre trasposizioni è presente anche nel Rinascimento italiano, attraverso la Caccia di Nastagio degli Onesti.

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Nastagio degli Onesti – La caccia

La Cavalcata Selvaggia si svolge nel pieno dell’inverno (il periodo di Yule o delle Dodici Notti Sacre), ed evoca la forza naturale e il caos: il cavallo nero incarna la potenza selvaggia e indomita della natura in quel periodo. Il suo passaggio è spesso associato a tempeste, venti ululanti e fenomeni atmosferici violenti. Vedere o sentire la Caccia Selvaggia era presagio di grande sventura.
Il cavallo nero funge da elemento visivo e sonoro di questo presagio. È il veicolo che annulla le distanze tra il mondo dei vivi e l’oltretomba.
Il concetto di caccia punitiva e inseguimento ultraterreno è intrinsecamente legato nel mondo classico al regno della notte (Ade, Diana, Erinni), la cui manifestazione diventa più potente proprio durante l’inverno e il solstizio.

Il mite asinello di Santa Lucia si oppone dunque in modo forte e deciso al topos del cavallo infernale, e funge da dolce veicolo di grazia, trasformando il viaggio notturno in una promessa di ricompensa per i bambini.
L’asinello rappresenta la sottomissione alla fede cristiana e ai valori rurali.
La sua presenza trasforma la terrificante caccia infernale in equitazione celeste: una serena processione di luce, ancora rappresentata in numerose località del Nord Italia il 13 dicembre, a significare umiltà, fatica quotidiana e legame indissolubile con la terra.

E al Sud?

L’immagine dell’asinello portatore di doni perde la sua centralità ritualistica al Sud, in particolare in Sicilia, patria di Lucia, che conserva a Siracusa la catacomba paleocristiana della martire. Qui la tradizione popolare predilige il culto della luce e del miracolo del grano. Di che si tratta? nel dicembre 1646 la città di Siracusa (e in generale la Sicilia) era afflitta da una grave e prolungata carestia. La popolazione, ridotta alla fame, implorava l’intercessione di Santa Lucia. La mattina del 13 dicembre nel porto di Siracusa apparve inaspettatamente un bastimento carico di grano. Ecco perché la tradizione in Sicilia vuole che il 13 dicembre non si mangi pane, ma cereali integrali o arancine di riso. In tutti i casi, il cibo stesso, frutto della terra, diventa il simbolo tangibile della festa e della benevolenza della santa.

Ovviamente grande culto nella città natale, Siracusa, dove troviamo la Basilica Santuario Santa Lucia al Sepolcro con il dipinto del Seppellimento di Santa Lucia dCaravaggio.

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Al Sud l’immagine più celebrata è forse quella legata al rogo del martirio, al fuoco.
Anche in Abruzzo, in particolare nell’Aquilano, si celebra il fuoco e la guarigione.
Rocca di Cambio è il centro più significativo. Qui, nell’abbazia dedicata alla santa vengono accesi solenni falò che rinnovano il rito della luce che vince la tenebra.
Ricordiamo inoltre le antiche pratiche di magia simpatica, con ago e filo, eseguite per curare i mali della vista, specie gli orzaioli. In diverse zone dell’Abruzzo, l’acqua benedetta veniva utilizzata per lavare gli occhi dei bambini, la mattina del 13 dicembre. Si compiva un rito noto come “il muggine” (‘u mujine), un rituale di sfregamento degli occhi accompagnato da una formula sacra per invocare l’intercessione della Santa.

Anche all’Aquila la tradizione è viva: la tradizione plurisecolare religiosa di Santa Lucia si rinnova nel Monastero agostiniano di Sant’Amico, il Convento delle monache Agostiniane, nei pressi della Fontana Luminosa, dove le celebrazioni si ripetono fin dalle prime ore del mattino.

Il 13 dicembre, dunque, si rivela molto più di una semplice festa agiografica: è un architrave narrativo che regge le paure e le speranze di intere civiltà. Che sia attraverso il rito del falò nell’aquilano, o attraverso l’astensione cerimoniale dal pane in Sicilia, dove il grano è il vero dono della vita, o nel volo con l’asinello al Nord, Lucia permane come la stella polare nell’inverno europeo.

La sua eredità è atemporale: ci dice che anche nelle notti più lunghe, a ben guardare, c’è una luce-guida, piccola come una candela, che arriva a illuminare il cammino, sul dorso di un mite asinello.


Luisa Nardecchia – Centro Studi per la Biodiversità PASSIONECAITPR

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Falò in occasione di Santa Lucia

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