Il cielo in una stalla: dai segreti dei Magi alla protezione di Sant’Antonio
Prima che i Magi fossero definiti “re”, esisteva un’Epifania più antica, fatta di terra, stelle e silenzi montani. In questo viaggio scopriremo che la data del 6 gennaio in antico celebrava, dopo Santa Lucia, il ritorno della luce. Poi arriveranno i Magi, ma… siamo davvero certi che viaggiarono a dorso di dromedario? Nel tempo, l’Epifania divenne “la Befana”, e scopriremo perché. Vedremo infine che, nelle nostre terre aquilane, il 6 gennaio tutti gli animali delle stalle “parlano“. E il cammino proseguirà fino al 17 gennaio, la festa di Sant’Antonio Abate, il vero custode degli animali, perché è lui l’unico che può ascoltare i loro discorsi.
Quante Epifanie?
Il termine greco epipháneia indica una manifestazione, un’apparizione di luce che arriva a ordinare il caos dell’inverno. Il 6 gennaio la promessa del solstizio diventa realtà, perché la luce del giorno è ormai più duratura rispetto al 25 dicembre.
Ma quante Epifanie possiamo contare? La prima è l’Epifania dei Magi, poi c’è la Befana “strega”; poi la Befana “buona”; e infine la Befana “Vecchia”. Una storia di comete, di scope, di stelle e … di stalle!
Il cielo in una stalla: dai segreti dei Magi alla protezione di Sant’Antonio
Il ritorno della luce: perché festeggiamo il 6 gennaio?
L’arrivo dei Magi segna il superamento del “tempo di scarto” delle dodici notti. Con i loro doni, altamente simbolici, il caos solstiziale viene definitivamente ordinato.
Ma chi erano i Magi? Prima che l’iconografia bizantina e rinascimentale cristallizzasse i tre sapienti orientali in sfarzose vesti regali, al punto da essere nominati “Re” Magi, essi erano gli scienziati dell’epoca, e rappresentano l’irruzione della cultura e della scienza nel perimetro del sacro.
Il termine deriva dal persiano maguush, che indicava i membri di una casta sacerdotale zoroastriana dedita allo studio degli astri. La loro presenza a Betlemme “significa” l’omaggio tributato dall’antica sapienza pagana al nuovo ordine cosmico dato dalla nascita di Cristo.
Perché se il Natale è dei pastori, l’ Epifania è degli scienziati.
L’ipotesi di Keplero (De Jesu Christi Vero Anno Natalitio) identifica la “stella di Betlemme” con una rara congiunzione planetaria. Per un sapiente dell’epoca, questo evento era un messaggio cifrato: Giove (il pianeta dei re), in congiunzione con Saturno (protettore del popolo ebraico) e con la costellazione dei Pesci (legata alla fine dei tempi) indicavano inequivocabilmente la nascita di un “re universale”.
Il cielo in una stalla: dai segreti dei Magi alla protezione di Sant’Antonio
Oro, Incenso e Mirra: non solo doni, ma medicine antiche
I Magi sono, dunque, i sapienti che si prostrano davanti a un bambino in una stalla, e questo gesto rappresenta l’epifania di una nuova gerarchia: tutti devono riconoscere la superiorità di quel Bambino.
Ma i Magi a un certo punto perdono la strada. E a chi chiedono indicazioni? A Erode. Fuor di metafora, anche questo “significa” qualcosa. Per esempio, che le strade della scoperta scientifica non sempre portano nei posti giusti.
Ma gli scienziati ritroveranno la strada, da soli. E dopo aver visto il bambino torneranno a casa “per una strada diversa da quella che avevano percorso all’andata”. Mi sembra fin troppo chiara la metafora sul significato della “ricerca” nella simbologia cristiana dell’epifania.
Aggiungo una piccola “chicca”, filologica: quel che muove i Magi a Betlemme deriva dal cielo, è la cometa, viene dalle stelle: “de sideribus” (= dalle stelle). Quel che muove oi Magi è il desiderio. Perché non sempre quello che funziona (scientificamente e ingegneristicamente parlando) ha anche un senso.

I doni dei Magi, oltre al noto valore cristologico (regalità, divinità e sacrificio), portano con sé una forte carica antropologica.
E non si tratta di doni lontani dalla cultura rurale: l’incenso, con le sue proprietà antisettiche, veniva utilizzato per purificare gli ambienti domestici e le stalle durante i mesi invernali. La mirra era un potente analgesico e cicatrizzante, fondamentale per lenire le piaghe del lavoro nei campi e le sofferenze degli animali.
Il valore del simbolismo è proprio quello di essere universale, fruibile a tutti i livelli e da ogni cultura.
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Il banchetto della Pasquesante e gli animali parlanti!
Una delle leggende più suggestive della notte dell’Epifania nel folklore rurale, soprattutto in Abruzzo e nel Centro Italia (Pansa, Pitré, Giammarco, Eliade) narra che gli animali in questa notte acquisiscano il dono della parola. Secondo gli studi di Mircea Eliade gli animali parlano perché, per questa sola notte, riacquistano la condizione che avevano nel paradiso terrestre, prima che la caduta imponesse il silenzio tra le specie.
Giovanni Pansa narra che gli animali parlano in un linguaggio antico, che non bisogna mai spiare, né ascoltare: l’uomo deve lasciare alla Natura i suoi segreti, e spiare gli animali in questa notte sarebbe una violazione. Perciò il bravo allevatore deve solo prodigarsi in un rito di cura: la sera della vigilia, deve offrire al bestiame una razione di cibo più abbondante e saporita.
Non è un caso che i nostri vecchi chiamassero l’Epifania Pasquasanta: il rito di imbandire una “cena della Pasquasanta” prevedeva piatti numerosi e ricchi per la famiglia (spesso sette o nove portate).
In quel contesto, si preparava anche il “pastone della fratellanza” (Giammarco): prima di sedersi a tavola, l’allevatore preparava una razione speciale anche per il bestiame, mescolando alla biada una piccola porzione di ogni portata della cena, e veniva data la biada migliore, spesso mescolata con un pizzico di sale benedetto o erbe officinali.
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Perché?
Questo atto serviva a “sciogliere il debito” tra l’uomo e l’animale: in questo modo, se la bestia avesse parlato a mezzanotte, avrebbe testimoniato l’abbondanza e la cura ricevute dai padroni. E così, nelle fredde veglie dell’aquilano, tra le pieghe del Gran Sasso e i contrafforti del Sirente, l’Epifania assumeva i connotati di un rito di fratellanza universale. Emiliano Giammarco registra il termine Pasquasanta come vertice della sacralità rurale, e il vero miracolo non avveniva nelle piazze, bensì nel cuore pulsante dell’azienda: la stalla.
Qual è, in definitiva, il significato di queste credenze nella vigilia dell’Epifania? Che l’uomo è il custode della terra, non il suo dominatore assoluto. Il rispetto e la cura dell’uomo verso gli animali nell’Epifania è un atto di umiltà nei confronti della Natura. Non sarebbe una tradizione da riprendere? Forse è giunto il momento di recuperare il tempo per sedersi con i nostri bambini e raccontare favole come questa degli animali parlanti, antiche narrazioni che trasmettono il corretto equilibrio tra Uomo e Natura.
Cavallo o cammello?
Se l’iconografia tradizionale ha lungamente indugiato sulla silhouette flessuosa del dromedario per evocare l’esotismo del viaggio dei Magi, una corrente di studi più aderente alla prassi logistica dell’antichità (Welin, Hyland) suggerisce una prospettiva divergente: l’impiego di cavalli da tiro di ceppo mesopotamico. Un’ ipotesi che non intende sminuire la nobiltà dei Magi, al contrario ne evidenzia la lungimiranza organizzativa.
Il cavallo da tiro rappresentava all’epoca la strategia tecnicamente più valida per una delegazione che non trasportava soltanto se stessa, ma un corredo pesante (doni, vettovaglie, paramenti, probabilmente anche strumentazioni scientifiche) su un percorso impervio come l’altopiano iranico.
A differenza del cammello, sofferente su terreni rocciosi e umidi, il cavallo di struttura pesante garantiva una stabilità impareggiabile. Sotto il profilo sociologico, inoltre, il cavallo da tiro pesante non era considerato uno strumento servile, ma al contrario un simbolo di potenza strutturata, tipica delle grandi satrapie che facevano della logistica il nerbo del proprio dominio territoriale.
L’ipotesi è comprovata da iconografie “altre” rispetto a quelle tradizionali, e aggiungo “nordiche” (si osservi il dipinto allegato di seguito, di scuola veneta): i Magi hanno al Nord particolare venerazione, dal momento che le loro spoglie, dopo essere state custodite a Costantinopoli e a Milano, nel 1164 furono portate trionfalmente a Colonia, in Germania, per volontà di Federico Barbarossa. E qui ancora oggi riposano nel famosissimo reliquiario del Duomo.
Ma si pensi anche alla cavalcata dei Magi nella Cappella dei Magi di Benozzo Gozzoli a Firenze: lì i cavalli sono simboli di status e potere, con finimenti dettagliatissimi e si prestano perfettamente a un’analisi di costume: in questo caso, però, è chiaro che l’iconografia non vale una ricostruzione storica sull’uso della cavalcatura dei Magi, quanto piuttosto è l’attribuzione di uno status symbol.
Ma l’ipotesi che riconsegna ai Magi la solidità del cavallo da tiro non rappresenta una curiosità accademica, quanto piuttosto un’operazione di restauro culturale, comprovata dagli studiosi: significa restituire ai Magi la loro caratura di missione diplomatica e sacerdotale.

L’asino: il compagno silenzioso del viaggio
Oltre al grande cavallo da tiro, in molte tradizioni popolari (soprattutto in Italia e in Spagna) appare un altro animale: l’asino. Se il cavallo serviva per trasportare i nobili Magi e i loro pesanti paramenti, l’asino era il “motore” instancabile per il trasporto dei bagagli e delle provviste. L’Occidente, in sostanza, ha ricercato, nel viaggio dei Magi, non tanto gli animali esotici, che forse stonavano anche all’interno dei presepi, ma piuttosto gli animali presenti ogni giorno nelle stalle.
Il cielo in una stalla: dai segreti dei Magi alla protezione di Sant’Antonio
E i Re Magi proteggevano le stalle
Lo sapevate che la scritta C M B sulle porte serviva come sigillo contro gli spiriti maligni?
Il legame con gli animali si declinava infatti anche in riti apotropaici, come la benedizione delle stalle e l’uso di scrivere le iniziali dei Magi separate da una croce: C✠M✠B✠ (Caspar, Melchior, Balthasar) sugli usci dei fienili, per proteggere il bestiame dalle influenze maligne.
Se la pasquasanta è rito del centro-sud Italia, le tradizioni dell’Europa centrale e alpina (i cosiddetti Sternsinger o Cantori della Stella), riportano quest’altra usanza, che ha avuto riflessi e adattamenti anche nelle aree montane dell’Italia centro-settentrionale.
Il Nord (d’Europa e d’Italia), come abbiamo precisato poco fa, è molto legato alle figure dei Magi, e la tradizione più rappresentativa di questo culto è il rito del gesso benedetto. Vediamo di che si tratta.
Il rito del gesso benedetto nell’Epifania del Nord
È il nostro Alfredo Cattabiani, sempre pluricitato nei miei articoli, che nel suo Calendario descrive dettagliatamente questo rito, nel capitolo dedicato all’Epifania. Il significato apotropaico di questo rito è evidente: oltre a richiamare i nomi dei Magi, la sigla era letta come l’acronimo della benedizione latina Christus Mansionem Benedicat (Cristo benedica questa dimora).
Si trattava anche di un rito di protezione del bestiame: nelle società rurali, l’ingresso della stalla era considerato un punto vulnerabile. Scrivere i nomi dei Magi serviva a “sigillare” il varco contro l’irruzione di spiriti maligni o influenze ìnfere che, secondo il folklore, vagavano libere proprio durante le dodici notti solstiziali (le Rauhnächte).

(altro documento che testimonia l’uso del cavallo piuttosto che del dromedario)
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I Magi come esorcisti della caccia selvaggia
Il bisogno di scrivere la sigla dei Magi sugli usci si lega anche al mito della caccia selvaggia, di cui abbiamo già parlato in Santa Lucia. Nelle credenze popolari, infatti, il periodo che intercorre tra il 25 dicembre e il 6 gennaio è un tempo in cui la separazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottiglia al punto che la terra è percorsa dalla cavalcata notturna (nei paesi nordici Wilde Jagd), un corteo di anime, soprattutto guerrieri caduti, o spiriti infernali.
Il corteo della cavalcata è guidato da una figura mitica che cambia nome a seconda della latitudine: Odino nelle terre nordiche, o Erode in altre tradizioni. Ma nell’area mediterranea (forse più misogina?) si tratta di una figura femminile: Erodiade, oppure anche Diana (come già vedemmo parlando delle janare). I Magi, con il loro rigore di scienziati, arrivano a “ordinare” il disordine perverso e sensuale di Diana.
E questo concetto è fondamentale per capire l’origine… della Befana.
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Dalla dea Diana alla Befana
Dal punto di vista puramente etimologico, il termine “Befana” è una corruzione lessicale di Epifania (Epifania > Bifanìa > Beffanìa > Befana). Tuttavia si può notare che la sovrapposizione non fu solo fonetica. In molte aree rurali, la parola “befana” potrebbe essersi fusa, per assonanza, con “Diana”, la madre di tutte le streghe!
Nel celebre Canon Episcopi (un testo normativo ecclesiastico del X secolo ca.) è testimoniata la credenza di donne che cavalcano in “certe notti” (statutis noctibus) al seguito di Diana. Sebbene il testo non indichi date precise, la tradizione popolare ha proiettato queste visioni proprio sulla notte dell’6 gennaio, il culmine delle dodici notti tra Natale e l’Epifania. E, come sostiene Carlo Ginzburg, queste “illusioni diaboliche” altro non erano che le vestigia di antichissimi riti agrari di fine anno.
La Chiesa primitiva condannò aspramente queste credenze popolari (e anche qui rimandiamo a Jana e alle Dianare/janare), definendole visioni, anzi illusioni diaboliche, fatto che testimonia come questa credenza era ancora vivissima, e non per i preti, bensì per le popolazioni rurali, almeno fino al X-XI secolo d.C.

Ciò che la Chiesa definiva allucinazione, per i pastori e gli allevatori era una realtà tangibile: il passaggio di questa “cavalcata notturna” poteva prosciugare il latte delle vacche, o rapire l’anima dei presenti: e se il corteo passava sopra una stalla non protetta, poteva causare la morte degli animali.
Ecco perché segnare con C✠M✠B✠ ogni stalla non era solo un atto di fede, ma un vero scudo magico.
Nel centro-Sud d’Italia, dove non è in uso il rito del gesso benedetto, è comunque confermato il legame con la cavalcata selvaggia durante l’Epifania.
Nel primo volume di Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo, Pansa annota che nell’area montana e aquilana esisteva il terrore del “passaggio delle anime” durante l’Epifania: le massaie aquilane stavano attentissime a non lasciare nulla di “sospeso” (panni o funi); e i pastori dovevano rimettere ogni attrezzo al chiuso, perché un lenzuolo dimenticato al vento o un aratro fuori posto diventavano appigli per le janare/befane volanti, che si sarebbero fermate in quella casa, portando sventura.
Con il tempo, la figura che guidava il corteo delle anime è stata progressivamente trasformata nella vecchia benevola (ma anche orrida) che oggi chiamiamo Befana. Anche qui, come abbiamo visto per Santa Lucia, la cavalcata infernale si trasforma in cavalcata divina, atta a proteggere, e non più a maledire.

Questo processo dovrebbe dirla lunga sulle teorie che considerano la cristianizzazione sempre come un insieme di riti colpevolizzanti: la fede, a volte, trasforma la paura in protezione e apre perfino la strada alla laicizzazione. La trasformazione di Diana in Befana testimonia per l’appunto un processo di laicizzazione che lentamente tende ad allontanare ogni superstizione.
Oggi, purtroppo, l’unica cavalcata selvaggia che resta è quella operata dal consumismo: tutto si commercializza, tutto si vende. Befana, calzette, scopette sono un trionfo sugli scaffali e sulle vetrine. Ma l’unica magia rimasta è un fantoccio a basso costo, tra Mary Poppins e le streghe di Halloween, che cavalca una scopa, e nessuno sa perché.

(altra dimostrazione a favore del cavallo come cavalcatura dei Magi)
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La metamorfosi della Befana e il rito del fuoco
La Befana rappresenta anche la personificazione della natura invecchiata: la Vecchia, una madre benevola che ha nutrito la terra e che ora appare logora e avvizzita. Il suo volo notturno è un atto di propiziazione agricola: serve a benedire i semi che riposano nel grembo della terra. La scopa non è originariamente un mezzo di trasporto, ma un potente strumento rituale per “spazzare via” le scorie dell’anno passato e il ristagno spirituale accumulato nel buio invernale.

Il legame nell’aquilano si fa stretto nel rito del rogo della Vecchia: bruciare il fantoccio significa trasformare la morte dell’anno in cenere feconda.
Secondo le teorie di James Frazer, questo falò è la rappresentazione visibile del ciclo vitale, perché la Vecchia muore come seme, per rinascere come germoglio.
Gli archivi del Museo delle Genti d’Abruzzo o le pubblicazioni della Deputazione Abruzzese di Storia Patria documentano come in alcune zone del comprensorio aquilano (area di Navelli o borghi della Valle dell’Aterno), il fantoccio della Vecchia fosse spesso riempito di petardi: lo scoppio finale simboleggiava la rottura dell’incantesimo invernale e il trionfo della luce. E qui rimandiamo al potere apotropaico dei botti di cui abbiamo parlato a Capodanno.
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Il rito dell’acqua nuova
Ma il passaggio epifanico si manifesta con la sua forza più suggestiva quando viene legato alla civiltà della transumanza. Le teorie di Frazer sulla rigenerazione del cosmo trovano infatti perfetta corrispondenza nella figura del “pastore-astronomo“. L’uso di attingere l’acqua nuova dai fontanili montani all’alba del 6 gennaio riflette il desiderio di partecipare alla purezza del ciclo solare che ricomincia.
Come i Magi portavano essenze rare per celebrare l’integrità del divino, così i contadini utilizzavano erbe officinali raccolte alle prime luci dell’alba per benedire le soglie delle case. Un sincretismo tra la regalità d’Oriente e la povertà pastorale, che sigillava il patto tra l’uomo, gli animali e le piante.

La tradizione dei falò rituali testimonia una spiritualità unica, che resiste all’incalzare della modernità, se pur legandosi al turismo e al folklore.
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Sant’Antonio Abate: il gran finale!
L’innesto di Sant’Antonio Abate (17 gennaio) in questo ciclo iniziato a Natale rappresenta il compimento definitivo del tempo sacro rurale.
Il 17 gennaio il cielo entra a pieno titolo nella stalla. Infatti, a conferma della precedente narrazione degli “animali parlanti”, nel giorno della sua festa (17 gennaio), pare che il Santo “ascoltasse” le lamentele delle bestie e portasse le loro istanze al tribunale divino (Di Nola).
Sant’Antonio, il signore del fuoco e il custode dei tratturi, garantisce la prosecuzione del rogo della befana iniziato il 6 gennaio, poiché i suoi focaracci celebrano il fuoco come forza civilizzatrice, capace di purificare il bestiame e scacciare il male.
Quando il prete benedice gli animali “nel nome di Sant’Antonio“, sta prestando la voce al Santo per stendere un velo di protezione sulle greggi, e con la benedizione antoniana il rapporto uomo-animale viene ufficialmente regolarizzato.
Con questa festa, il ciclo delle festività solstiziali si conclude: il tempo dell’attesa è terminato e il lavoro agrario può riprendere con rinnovata vigoria, verso la primavera.
Ma questo lo vedremo in seguito.
Luisa Nardecchia – Centro Studi per la Biodiversità PASSIONECAITPR
Bibliografia e voci di ricerca
- Cattabiani A., Calendario, Mondadori (parti riservate al simbolismo dell’Epifania e al significato rituale della sigla CMB)
- Cardini, F. (2000). I Re Magi: storia e leggenda. Venezia: Marsilio. E anche qui
- Enciclopedia Treccani – Dizionario di Storia: I Magi (sintesi storica curata con rigore filologico).
- Kepler J., De Jesu Christi Servatoris Nostri Vero Anno Natalitio, Praga, 1606
(è l’opera citata nel testo, in cui Keplero espone la teoria della congiunzione Giove-Saturno nel 7 a.C. come spiegazione razionale della cometa dei Magi) - Keller W., La Bibbia aveva ragione, Garzanti, Milano, 1956: il capitolo sulla “Stella di Betlemme” è fondamentale per capire come i documenti babilonesi confermino i calcoli di Keplero, sempre in merito alle conoscenze astronomiche dell’epoca, per la presenza dei Magi al seguito della stella
- Hack M., Notte di stelle, Sperling & Kupfer, Milano, 2010 (idem)
- Di Nola A. M., L’animale come prossimo: il rapporto etico e magico tra uomo e bestiame, Terzo Millennio.: per l’approfondimento sul legame tra sacro e mondo animale
- Eliade M., Il mito dell’eterno ritorno, Bollati Boringhieri: sulla rigenerazione del tempo attraverso i riti del fuoco
- Frazer J. G., Il ramo d’oro, Bollati Boringhieri. Testo cardine, onnipresente nei miei articoli, qui per l’analisi della magia simpatetica e dei cicli della natura
- Giancristofaro L., Folklore abruzzese, Rivista Abruzzese, Lanciano, 2004
- Giammarco E., Lessico dell’agricoltura abruzzese, Edizioni dell’Ateneo: per i riferimenti ai riti locali e alla benedizione di Sant’Antonio
- Ginzburg C., Storia notturna: una decifrazione del sabba, Einaudi. Studio fondamentale sul legame tra Diana, le cavalcate notturne e lo sciamanesimo agrario
- Hyland, A. (2003). The Horse in the Ancient World. Testo tecnico che esplora le capacità di carico e la morfologia dei cavalli mesopotamici e persiani, confermando l’uso di esemplari robusti per le lunghe missioni diplomatiche.
- Kew Royal Botanic Gardens, Botanica e Storia delle resine. Studio scientifico sulle proprietà officinali di incenso e mirra
- Lécouteux C., Caccia Selvaggia e Cavalcate Notturne, Arkeios
- Lombardi Satriani L. M., Il ponte di San Giacomo, Sellerio. Sul rapporto antropologico tra i santi e la protezione del bestiame
- Murray M., Il Dio delle Streghe, Ubaldini. Per il nesso tra antiche divinità della natura e figure folkloristiche invernali
- Musatti, C. (1988). I tre Magi e la stella. Riflessioni psicoanalitiche su un mito natalizio. In: Psiche, Vol. 5, n. 2
- Panaino, A. (2014). I Re Magi: Storia e leggenda di tre sapienti orientali. Cinisello Balsamo: Edizioni San Paolo.
- Pansa G., Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo, Sulmona
- Pitrè G., Spettacoli e feste popolari siciliane, Palermo, 1881 (ma anche: Biblioteca delle tradizioni popolari italiane)
- Welin, E. (1954). The Journey of the Magi and the Near Eastern Trade Routes. Analisi specifica sulla logistica dei trasporti sacerdotali tra l’Impero Partico e la Giudea, per la questione cavallo vs. dromedario..