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Piana di foce: quando il paesaggio è eredità viva del pascolamento secolare dei nostri avi

by ANNALISA PARISI

Piana di foce: quando il paesaggio è eredità viva del pascolamento secolare dei nostri avi

La piana di foce, nota anche e soprattutto come i prati di foce, a Barete, si trova a pochi chilometri dall’Aquila, nella zona ovest dell’Aterno. É una località caratteristica dal paesaggio molto suggestivo.

Spesso associata a percorsi naturalistici ed escursionistici con un valore storico-archeologico, è testimone di antichi insediamenti. Si tratta di un’area aperta circondata da rilievi che offrono viste panoramiche. Una località facilmente raggiungibile, ideale per trekking leggeri. Interessante la candidatura de “I Piani di Foce” ai beni del FAI

Una storia millenaria di un territorio conteso tra biodiversità e diritti civici

Nel cuore dell’Appennino abruzzese, dove i confini tra Barete e Forcella di Preturo sfumano nell’antica memoria, si apre un paesaggio che racchiude secoli di storia giuridica, ecologica e sociale

Le immagini catturate questa mattina alla Piana di Foce restituiscono molto più di un semplice scenario montano innevato. Ogni metro quadrato di questo territorio racconta una stratificazione complessa di diritti demaniali e una biodiversità plasmata da secoli di utilizzo civico che ha impedito trasformazioni intensive del suolo.

Quella che oggi appare come una distesa naturale tra boschi, fontanili e pascoli d’alta quota è in realtà un palinsesto giuridico vivente: la Piana di Foce fu infatti al centro di contenziosi documentati fin dal 1547, quando un lodo arbitrale tentò di dirimere le pretese tra i Forcellesi e i Baretani sul godimento di questi pascoli e boschi. La questione della “promiscuità” territoriale – ovvero dell’uso comune e indiviso delle risorse naturali – ha attraversato i secoli, lasciando tracce documentali fino al Settecento e influenzando profondamente il modo in cui questo ecosistema si è conservato.

Ciò che le fotografie mostrano oggi è il risultato di questo particolare regime di tutela involontaria: l’impossibilità di appropriazione esclusiva e privatistica ha preservato caratteristiche naturalistiche che altrove sono andate perdute.

La biodiversità paesaggistica di Foce non è un caso fortuito, ma il prodotto di un equilibrio tra diritto, comunità locali e natura che merita di essere riconosciuto e valorizzato nella sua unicità storico-ambientale.

Molto interessante l’estratto di Federico Roggero in “Storia demaniale della città dell’Aquila”

L’Antinori riferisce come nel sec. XVI gli abitanti della villa di Colli della confinante universitas di Barete “volevano salire più oltre di quel confine”, e segnatamente del confine fra i demani delle due università in località Piedi-Forcella. Rimessa la questione a quattro arbitri forestieri, costoro, il 12 aprile 1547, emisero un lodo dal quale risultò istituita promiscuità tra Forcella e Barete nel godimento dei rispettivi demani intorno alla linea di confine. In quella occasione, infatti, gli arbitri precisarono minuziosamente il tracciato della linea di confine tra Forcella e Barete, aggiungendo però che “tanto i Baretani, quanto i Forcellani, possano pascolare tutti i loro animali nei prati di Foce nelle porzioni dell’uno, e dell’altro castello dopo falciati e levati i fieni, e questo in perpetuo.
In perpetuo ancora gli uni, e gli altri abbeverare i loro animali al fonte di Foce senza impedirsi, né dannificarsi. Che i Baretani per soli undici anni da quel giorno, possano pascolare i loro bestiami, ad erbe verdi e secche, legnare e fare calcare nel territorio di Forcella nelle Rave da sopra il Fonte di Scentioli dal termine di Piedi Forcella fino al castello in cima d’esso monte, come acqua pende verso Barete. E così pure, e per detto spazio di tempo, possano gli stessi Baretani pascolare, e far legne per loro uso, ma non già calcare dalla strada in su verso il Monte di Foce fino a confini del territorio di Forcella con quello di Cagnano. Paghino per quell’uso annui sei ducati all’Università di Forcella; non inferiscano danni. E finiti gli undici anni restino pienamente e liberi ai Forcellani quei tenimenti, senza che i Baretani vi abbiano punto che fare. Fu questo laudo accettato dalle parti, che ne promisero l’osservanza, e ne fecero stipulare publico istromento
“.
Oltre, dunque, la promiscuità in favore dei Baretani stabilita per soli undici anni sul demanio di Forcella dietro pagamento, un’altra, reciproca, per il pascolo dopo tagliato il fieno, ne fu stabilita in perpetuo sui demani di Forcella e Barete in località Prati di Foce; e del pari si stabilì la promiscuità tra Barete e Forcella per l’abbeveraggio del bestiame alla fonte di Foce, situata in tenimento di Forcella.
Di questa promiscuità fra Forcella e Barete si incontra traccia ancora nel 1697, quando Vincenzo Ardinghelli propose querela contro vari della Forcella per avere colti i frutti di “molti piedi di castagne” nel luogo di Foce, territorio di Forcella. Forcella da una parte, e Barete dall’altra, presentarono, in quel frangente, prove che attestavano l’appartenenza di Foce al proprio rispettivo territorio. Inoltre, tra il 1711 ed il 1726 sappiamo che i Massari di Forcella permisero, sotto annuo pagamento, ad alcuni particolari di Colli di Barete, di pascolare i loro animali nel territorio di Foce di Forcella.

Foce tra memoria e futuro possibile

Quando l’ultimo pastore lascerà questi pascoli, non si perderà solo un mestiere. Si spegnerà un ecosistema.

Le immagini della Piana di Foce, nella loro bellezza quasi metafisica, nascondono un paradosso doloroso: questo paesaggio esiste perché è stato abitato, pascolato, utilizzato per secoli. La biodiversità che oggi ammiriamo – e che giustamente vogliamo tutelare – non è “natura vergine”, ma il frutto di un’interazione millenaria tra comunità umane e ambiente montano.

Eppure, proprio mentre celebriamo il valore naturalistico di questi luoghi, assistiamo al loro progressivo abbandono. I grandi armenti che un tempo salivano a Foce sono scomparsi o drasticamente ridotti. I pascoli, non più utilizzati, si stanno lentamente trasformando: l’avanzata del bosco, la perdita di specie legate agli ambienti aperti, l’omogeneizzazione del paesaggio raccontano di un equilibrio che si sta spezzando.

Il rischio della “musealizzazione”

La tentazione è forte: trasformare questi territori in riserve naturali da visitare occasionalmente, magari con pannelli didattici che spiegano “come si viveva una volta”. Ma sarebbe un errore fatale. Un territorio senza abitanti diventa un museo all’aperto, e un museo – per quanto ben curato – è sempre qualcosa di morto.

Barete, Pizzoli, le frazioni come Forcella: piccoli paesi montani che rischiano lo spopolamento totale. Eppure proprio qui, in questi “margini” che l’economia moderna considera irrilevanti, si nasconde una possibilità virtuosa e concretissima.

Una via alternativa: dalla promiscuità storica alla sostenibilità contemporanea

Quello che per secoli fu conteso – il diritto di pascolare, di disboscare, di usare le risorse comuni – oggi potrebbe diventare un modello di gestione innovativo. Non per nostalgia, ma per necessità ecologica ed economica.

Immaginare nuove forme di utilizzo collettivo che rispettino quella stessa logica di equilibrio che ha preservato questi luoghi:

  • Pastorizia di piccola scala e qualità: non il ritorno impossibile dei grandi armenti, ma greggi e mandrie più contenute, integrate in filiere corte di prodotti d’eccellenza. Il formaggio, la carne, la lana di questi pascoli d’altura potrebbero raccontare una storia di qualità ambientale certificabile.
  • Selvicoltura naturalistica: i boschi di Foce non come “intoccabili”, ma come risorse gestite con criteri ecologici avanzati. Il legname locale, la biomassa per il riscaldamento dei paesi, la manutenzione che previene dissesti e incendi.
  • Turismo esperienziale non estrattivo: non il turismo di massa che consuma e se ne va, ma presenze che contribuiscono alla manutenzione del territorio. Chi viene a Foce potrebbe partecipare – anche simbolicamente – alla cura di questo paesaggio: adottare un pascolo, contribuire al ripristino di un fontanile, sostenere un giovane agricoltore/allevatore, visitando la sua azienda.

Il valore dell’abitare i margini

Questi piccoli paesi montani non sono “arretrati” rispetto a un modello urbano considerato l’unica modernità possibile. Sono invece laboratori di resilienza, luoghi dove sperimentare forme di vita che potrebbero rivelarsi essenziali in un futuro di crisi climatica e risorse scarse.

Abitare in questi borghi oggi potrebbe significare:

  • Accesso a risorse naturali (acqua, legna, spazi) che altrove sono sempre più preziose.
  • Costo della vita sostenibile e possibilità di autoproduzione magari attraverso piccoli orti.
  • Comunità di scala umana dove la cooperazione non è ideologia ma necessità pratica.
  • Qualità ambientale sempre più rara e ricercata.

Foce come metafora

La Piana di Foce, con la sua bellezza silenziosa e la sua storia giuridica intricata, è metafora di tutte le aree marginali italiane. Luoghi che il XX secolo ha considerato residuali, ma che il XXI secolo potrebbe riscoprire come essenziali.

Non serve retorica ruralista o nostalgia del passato. Serve visione: capire che questi territori non vanno “salvati” come si salva un monumento, ma abitati, utilizzati, amati in modi nuovi e sostenibili.

L’alternativa è chiara: possiamo scegliere di far diventare Foce un deserto verde, bello da fotografare e vuoto di vita. Oppure possiamo immaginare che tra vent’anni questi pascoli tornino a essere animati – magari da greggi più piccole, forse da giovani imprenditori agricoli che potrebbero scegliere di abitare questi luoghi, di produrre formaggi d’altura documentando la biodiversità dei pascoli, da famiglie che hanno lasciato la città per un progetto di vita diverso.

La biodiversità di Foce ha bisogno come il 90% dei nostri paesini di montagna (sopra gli 800/ 900 metri) ha bisogno di futuro, non solo di memoria.

Non è utopia. È l’unica visione realistica possibile.

Annalisa Parisi – Centro Studi per la Biodiversità PASSIONECAITPR

Ambasciatori della Cultura per L’Aquila 2026

Ambasciatori della Cultura per L'Aquila 2026

VIDEO E FOTO REALIZZATI IN DATA 7/01/2026

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