Sant’Antonio Abate e il patto con il cavaliere: storia e riti del 17 Gennaio
Poche figure possiedono la forza arcaica e sincretica di Sant’Antonio Abate. Partiremo dalla leggenda del furto del fuoco, che elegge l’eremita a Prometeo cristiano; indagheremo poi il ruolo antropologico del maialino, inteso come trickster e divinità-dema, e il significato della celebre “Pasqua dei porci”, dove l’animale si trasforma in farmacia vivente per il corpo e lo spirito. Ma in questo articolo esploreremo anche la presenza del cavallo nel rito della benedizione: è il primo animale a cui, storicamente, è stato concesso l’onore di calpestare il sagrato e di affacciarsi sulla soglia del sacro. In questo giorno la criniera si intreccia di nastri rossi, rossi come i focaracci, i fuochi di piazza, cuore di una tradizione che vede in Sant’Antonio il grande mediatore tra l’Uomo e l’Animale.
Sant’Antonio Abate e il patto con il cavaliere: storia e riti del 17 Gennaio
Antonio d’Egitto: l’atleta di Dio nel deserto della Tebaide
Sant’Antonio Abate nasce nel 255 d.C., in Egitto. L’iconografia popolare ce lo restituisce come un vecchio canuto, ma la Vita Antonii racconta di un giovane di appena diciott’anni che rinuncia a enormi ricchezze per darsi a Dio. Il suo ritiro nel deserto segna l’inizio di grandi lotte contro il Demonio e le sue tentazioni, il caldo e il freddo. Nel deserto inaugurò quella tradizione eremitica che lo avrebbe reso il padre del monachesimo.

Il termine Abate (dal siriaco aba, che significa “padre“) accompagna il nome di Sant’Antonio in quanto padre del monachesimo cristiano, e lo distingue da Sant’Antonio di Padova. Antonio visse in Egitto tutta la vita, e lì morì, all’età di 105 anni, nel deserto della Tebaide.
Sant’Antonio Abate e il patto con il cavaliere: storia e riti del 17 Gennaio
Antonio rubò a Satana il fuoco dell’inferno!
Accanto alla cronaca agiografica storica, la memoria popolare ha tramandato numerose leggende sul Santo, ma la più suggestiva è quella di Antonio come Prometeo cristiano.
Si narra che il Santo, impietosito dal gelo che attanagliava l’umanità, sia disceso agli Inferi per sottrarre il fuoco a Satana. Grazie all’astuzia e allo scompiglio creato dal suo fedele maialino, Antonio riuscì a trafugare al Diavolo una scintilla, nascondendola nel suo bastone di ferula. Nella leggenda si parla di una vera e propria “discesa agli inferi” che ridicolizza la figura di Satana (se interessa la trovate qui). Un’impresa degna dell’atleta di Dio: il biografo Atanasio scrive che Antonio affrontava le tentazioni come un atleta nell’arena, mantenendo il corpo e lo spirito in una forma perfetta nonostante i digiuni e le privazioni.
In questa leggenda popolare il maialino agisce come un trickster (il briccone divino studiato da Karl Kerényi), ovvero l’astuto complice che rende possibile il miracolo del furto del fuoco attraverso il disordine.
Ma immagino che a questo punto vi starete chiedendo…
Sant’Antonio Abate e il patto con il cavaliere: storia e riti del 17 Gennaio
… da dove esce quel maialino?
Storicamente, e secondo la prima biografia del Santo (la già citata Vita Antonii di Sant’Atanasio, 360 d.C.), nel deserto Antonio era solo, non aveva nessun maialino. La biografia parla di un eremita che viveva in isolamento assoluto, nutrendosi di pane e acqua, e le uniche bestie che incontrava erano quelle inviate da Satana (leoni, lupi, scorpioni) per spaventarlo. Il maialino appare molto più tardi, nel Medioevo europeo. Vediamo perché.

Sant’Antonio Abate e il patto con il cavaliere: storia e riti del 17 Gennaio
Sant’Andonijo protettore contr’ì a lu Demonio (ovvero, il potere taumaturgico)
Gennaro Pansa nel suo volume Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo sottolinea come la rima “Antonio-Demonio” sia il perno di tutta la devozione popolare verso il Santo: egli è l’unico che ha il potere di incatenare il Diavolo. E dunque il fuoco. Ed è proprio al fuoco che si legano le virtù taumaturgiche del Santo.
La storia nasce intorno al suo reliquiario, in Francia: le spoglie del Santo furono portate dall’Oriente a Saint-Antoine-l’Abbaye, nell’XI secolo, e qui si sviluppò la fede nel miracolo della guarigione dall’Ignis sacer, un male che oggi chiamiamo ergotismo, una grave forma di avvelenamento provocata dal da un fungo che infesta la segale (Claviceps purpurea). Pare che la popolarità di S. Antonio Abate sia dunque legata inizialmente proprio a un’antica emergenza sanitaria per un male simile a quello che noi chiamiamo Fuoco di Sant’Antonio.
Sant’Antonio Abate e il patto con il cavaliere: storia e riti del 17 Gennaio
Storia di una pandemia (o di una intossicazione alimentare)
Effettivamente le reliquie del Santo guarirono un personaggio importante della città francese in cui si trovava il reliquiario, e il nobiluomo, per grazia ricevuta, fece costruire un hospitium intitolato al Santo, e poi fece fondare una confraternita per l’assistenza dei malati.
Visto l’enorme movimento di folle intorno a questo ospedale, Papa Innocenzo IV (1247) diede una prima struttura formale alla comunità all’interno dei benedettini, e poi Papa Bonifacio VIII (1297) trasformò ufficialmente la congregazione in un ordine di canonici regolari, gli Ospedalieri di Sant’Antonio, detti appunto Antoniani, all’interno del più grande ordine degli Agostiniani.
Gli Antoniani furono abilissimi nel convogliare verso Sant’Antonio Abate una radicata devozione pagana locale (francese): il culto della divinità celtica Lug, il “Signore del Fuoco e degli Animali“, realizzando una perfetta opera di sincretismo (Cattabiani, Jean-Louis Brunaux).
Ma non finisce qui.
Arriva il maiale!

L’ordine degli Ospedalieri di Sant’Antonio ottenne dal Papa, con una bolla del 1297, il permesso di allevare maiali, perché il grasso di questi animali veniva usato per ungere le piaghe urticanti degli ammalati. I maiali, per questa loro utilità, erano nutriti a spese della comunità e circolavano liberamente nel paese, con al collo una campanella.
La campanella serviva come segno distintivo: il suo suono avvertiva la popolazione che quegli animali erano sacri e intoccabili. Nessuno poteva catturarli o rubarli senza incorrere in gravi sanzioni ecclesiastiche. Una volta cresciuti, questi maiali venivano macellati e il loro lardo veniva trasformato in unguenti: la campanella garantiva che l’animale arrivasse al momento cruciale della macellazione sano e salvo, essendo una vera e propria “farmacia vivente” per l’ospedale.
La storia, la leggenda e… le associazioni mentali
Dunque, a monte del legame tra Sant’Antonio e la malattia del Fuoco di Sant’Antonio c’è una guarigione davanti alle reliquie, ma nessuno ricorda più questa verità storica. Per la mentalità popolare, che procede per associazione, Sant’Antonio, avendo sofferto piaghe e dolori simili nel deserto per opera di Satana, poteva ben comprendere le pene del malato, e averne pietà.
Inutile dire poi che il deserto “è” fuoco, e se Sant’Antonio ha domato il deserto, ha domato anche il fuoco. Ma c’è un altro pensiero consequenziale: nel deserto Sant’Antonio riesce a vincere Satana e le sue tentazioni, che è come dire che vince il fuoco dell’Inferno, al punto da domarlo e regalarlo agli uomini. E se Sant’Antonio controlla il fuoco, allora controlla anche i mali che infuocano, come l’Herpes Zoster. La logica è indiscutibile.
Quanto al maialino, possiamo aggiungere che nel Medioevo questo delizioso animale si presentava più simile al cinghiale che al nostro roseo animale domestico, ed era addirittura simbolo di Satana: Sant’Antonio, grazie ai monaci ospedalieri che lo rappresentano, trasforma un animale un tempo selvatico e demoniaco in un compagno domestico al suo servizio.
Ma perché il 17 Gennaio? Il rito cruento e devoto della macellazione
Il Santo morì proprio il 17 gennaio del 357. Per la Chiesa, il giorno della morte è considerato il dies natalis, una vera festa di ri-nascita.

Ma c’è dell’altro: il periodo che va dal 17 al 31 gennaio era considerato un unico blocco temporale, essendo il momento più freddo dell’anno. Alfonso Maria Di Nola e Gennaro Pansa dicono che dal 17 gennaio al 2 febbraio (Candelora) si può parlare di “fase del gelo purificatore“, che tocca il picco con i giorni della Merla.
Storicamente la macellazione del maiale doveva avvenire nel cuore dell’inverno: le basse temperature erano indispensabili per la corretta conservazione delle carni e del grasso, mancando i sistemi di refrigerazione. Erano le condizioni ideali.
Quindi, festa di Sant’Antonio significa anche macellazione del maiale.
In molte zone dell’Appennino centrale (Abruzzo, Lazio e Molise) si diceva che il maiale era “di proprietà del Santo” fino al 17 gennaio: ucciderlo prima di quella data era considerato un affronto, quasi un sacrilegio che avrebbe fatto andare a male la carne.
Il 17 — numero tradizionalmente associato alla sventura e alla fine — viene esorcizzato e trasformato in un principio di abbondanza, fulcro simbolico di un rito rurale: il maiale, dopo essere stato nutrito per un intero anno, “restituiva” alla famiglia le cure con cui era stato allevato.
In Abruzzo si dice che del maiale non si butta via niente: la festa del Santo sancisce l’inizio del periodo del consumo, la benedizione di ogni parte dell’animale (Sant’Antonio era anche il protettore di setolai e pennellai).
La prova più antica: i proverbi!
Nella civiltà contadina, i proverbi avevano valore di legge. E ce ne sono diversi che fissano la data del 17 gennaio per la macellazione del maiale con precisione chirurgica:
- “A Sant’Antonio Abate, il maiale è sulla grata” (riferendosi alla griglia per la lavorazione)
- “Sant’Antonio del porchetto, ogni giorno un pezzetto” (indicando che dal 17 inizia il consumo della carne fresca)
- In Abruzzo si dice: “A Sand’Andonje, mascher’ e suone e lu purche a lu pesone” (A Sant’Antonio, maschere, suoni e il maiale appeso al gancio per la macellazione; maschere = si inaugura il tempo del Carnevale)
Sarà mica un caso che il giorno della morte (della nascita cristiana) di Sant’Antonio viene fatto coincidere con il giorno della morte (e della ri-nascita, in altra veste) del maiale, suo animale-simbolo?
Macellare a Sant’Antonio significa dunque celebrare un sacrificio necessario e benedetto, che assicura la sopravvivenza della comunità con il sangue versato.
E il sangue va benedetto con l’acqua.
Sant’Antonio Abate e il patto con il cavaliere: storia e riti del 17 Gennaio
La benedizione degli animali sul sagrato
Sant’Antonio diventò per estensione il patrono anche di tutti gli animali domestici. Per questo il giorno della festa, sui sagrati di molte chiese, si benedicevano tutti gli animali: cani, gatti, cavalli, asini, conigli, galline.

La cerimonia sorprese Goethe che nel suo Viaggio in Italia fu testimone del rito a Roma nel 1787. Davanti alla chiesa di Sant’Antonio Abate sull’Esquilino (vicino a Santa Maria Maggiore), sfilò una processione interminabile di animali. Non solo bestie da soma, ma destrieri e carrozze eleganti. Ghoete descrive con un certo sarcasmo il sacerdote che, munito di un grande aspersorio, si sbracciava in benedizioni, mentre i proprietari degli animali cercavano chiassosamente di avvicinarsi.
La “Pasqua dei porci”
In molte zone d’Italia la festa di Sant’Antonio era chiamata popolarmente la “Pasqua dei porci” (Pansa, Di Nola). Il termine Pasqua richiama la liberazione e il passaggio, e infatti questo era l’unico giorno dell’anno in cui il maiale passava dallo stato di animale da lavoro a quello di creatura benedetta, quasi sacra.
Diversamente Giammarco, nel suo Lessico dell’agricoltura abruzzese, asserisce che il termine “Pasqua” è associato a Sant’Antonio per indicare una “rottura del digiuno”.
Sottolineiamo qui per chiarezza che nel folklore italiano esistono ben “Quattro Pasque”: Natale, Epifania, Resurrezione e Pentecoste. La festa di Sant’Antonio va ad assimilarsi alla vicina Epifania (come approfondito nell’articolo sulla Pasquasanta), perché chiude il ciclo delle festività solstiziali con il grande banchetto della carne.
C’è un’ironia rituale in questa cerimonia: l’animale veniva agghindato, portato sul sagrato e benedetto proprio pochi giorni prima (o subito dopo) la sua uccisione. Con questo rito Sant’Antonio concedeva il permesso di ucciderlo.
La Pasqua dei porci non è dunque una crudeltà contadina, ma un rito di ringraziamento e di riparazione.
Chissà perché l’erba del vicino è sempre più verde…
Talvolta restiamo affascinati leggendo di riti esotici, per esempio quelli con cui i Pellirosse chiedevano perdono allo spirito del bisonte prima e dopo la caccia, riconoscendolo come un “fratello” che si sacrifica per nutrire il popolo.
Ci sembrano storie straordinarie, sapide di una dignità maggiore, ma il principio è esattamente lo stesso: l’animale è un “dema” (Jensen et al.), uccidere un animale è un gesto per il quale chiedere perdono.
L’uomo contemporaneo, quando uccide gli animali per nutrirsi, non soffre di meno di quello antico.
Ha solo inventato altri modi per vincere la sua sofferenza.
Per esempio eliminando dall’animale ucciso ogni tipo di faccia.
Tanto basta per superare quel disagio che gli antichi vincevano “ringraziando” l’animale per il suo sacrificio.
Certamente il ringraziamento fatto sul porco di Sant’Antonio fa sorridere.
Fatto dai Pellirosse sul bisonte ha tutto un altro fascino.
Sant’Antonio, l’interprete del silenzio
Il folklore aquilano e appenninico ammonisce il contadino di non spiare i buoi che parlano nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, come altrove vedemmo.
Ma il 17 gennaio questa paura si trasforma in dialogo, perché Sant’Antonio diventa l’interprete: a lui gli animali “riferiscono” del trattamento ricevuto dai padroni. Non è un caso che, in molte leggende, sia proprio il Santo a percuotere con il suo bastone a forma di “tau” l’allevatore crudele, agendo come un pontefice (costruttore di ponti) tra il regno umano e quello animale.
Il primo a descrivere il rapporto privilegiato di Antonio con il mondo animale fu proprio il già citato biografo Sant’Atanasio.
Celebre è l’episodio in cui alcune bestie selvatiche calpestano il piccolo orto di Antonio, che ne afferra una e, con dolce fermezza, le dice: “Perché mi fate del male se io non ne faccio a voi? Andatevene in nome del Signore e non tornate più qui“. Le cronache riportano che gli animali, obbedienti come se avessero compreso ogni parola, si allontanarono per sempre.
Un altro racconto fondamentale si trova nella Vita Pauli di San Girolamo: alla morte di Paolo (un suo compagno eremita), Antonio si trovò impossibilitato a scavare la fossa. Giunsero allora due leoni che, piangendo, scavarono la buca con le zampe. Antonio li benedisse e parlò loro, ringraziandoli per il servizio reso.
Rimando inoltre alla bella tavola del Sassetta (XV sec), dove Sant’Antonio dialoga con un centauro.
Sant’Antonio Abate e il patto con il cavaliere: storia e riti del 17 Gennaio
Ma quando avviene il dialogo tra Sant’Antonio e gli animali?
Nelle tradizioni orali abruzzesi e laziali, il dialogo di Antonio con gli animali avviene soprattutto la notte del 16 gennaio (la vigilia della festa). La leggenda vuole che in quella notte gli animali nelle stalle acquisiscano il dono della parola. Tuttavia, sentire i loro discorsi è foriero di sventura per l’uomo: solo Sant’Antonio può ascoltarli senza pericolo, perché lui possiede la chiave per comprendere il loro linguaggio.

Dall’acqua al fuoco: la benedizione e i focaracci
Il rito dei fuochi di Sant’Antonio, che si perpetua ancora nelle piazze e nelle aie attraverso i suggestivi focaracci, rappresenta un complesso atto sacrale. Il fuoco purifica, il fuoco è materia di Sant’Antonio.
Attorno al crepitio, la comunità riscopre la propria coesione sociale, consumando i primi frutti della macellazione e compiendo la “girata” il rituale passeggio in circolo degli animali attorno al fuoco: un cerchio magico di protezione che, sotto l’egida del Santo, sigilla un patto di alleanza tra l’uomo, il divino e il mondo animale, garantendo la continuità della vita contro le insidie del gelo e del demonio.
Finiti i fuochi, il rito prosegue nella cenere benedetta, raccolta dai fedeli e sparsa con devozione nei campi e nelle stalle come un potente talismano contro le epizoozie e l’infelicità della terra.
Sant’Antonio Abate e il patto con il cavaliere: storia e riti del 17 Gennaio
Il patto con il cavaliere: Antonio protettore delle scuderie
Il maiale rappresenta, nella simbologia antoniana, la sussistenza alimentare e la farmacia del corpo, ma è nel rapporto con il cavallo che la devozione al Santo tocca le corde più profonde dell’anima rurale.
Per l’allevatore e il cavaliere, il 17 gennaio non è una semplice data sul calendario, ma il rinnovo di un patto di protezione millenario.
Anticamente, l’unico animale a cui era concesso l’onore di calpestare il sagrato, o di affacciarsi sulla soglia della navata, era proprio il cavallo. E l’animale non veniva portato al Santo solo per l’aspersione dell’acqua, ma per un rito di cura quasi mistico: si usava (e in molti borghi abruzzesi si usa ancora) offrire al destriero una manciata di sale benedetto o un pezzo di pane, rimedio spirituale contro le infermità delle zampe e i mali del respiro.

Come documentato dagli studi di Paolo Toschi e Alfonso Maria Di Nola sulle persistenze dei riti medievali, il cavallo era una estensione del cavaliere: è per questo che, nelle consuetudini dei borghi appenninici, godeva del privilegio unico di affacciarsi sulla soglia della navata.
Ancora oggi in molte feste (ma specificamente per quella di Sant’Antonio) il cavallo è l’unico animale “presentato” singolarmente davanti al portale della chiesa, quasi a voler ricevere una benedizione personale e non collettiva (Toschi).
Nelle scuderie, inoltre, il 17 gennaio impone la “tregua del lavoro“. È il giorno del riposo assoluto per i finimenti e le selle; non rispettare questa pausa era considerato un affronto al Santo, e avrebbe attirato zoppie o coliche per il resto dell’anno.
La criniera veniva intrecciata con nastri rossi: non è solo un vezzo estetico, ma un richiamo cromatico al fuoco di Antonio. Quel rosso, che nel “fuoco sacro” distrugge, qui deve invece infondere vigore, calore vitale e velocità, proteggendo il cavallo.
L’allevatore contemporaneo, che striglia il suo puledro con cura prima di portarlo in piazza, compie un gesto che scavalca i secoli.
Sant’Antonio Abate e il patto con il cavaliere: storia e riti del 17 Gennaio
Gli attributi iconografici
Prima di concludere, diamo uno sguardo ai modi con cui viene raffigurato il Santo.
Le raffigurazioni più diffuse ce lo mostrano con in mano un bastone munito di campanella, un maiale e un fuoco.
Il bastone ha terminale a forma di Tau. Sebbene la devozione popolare lo colleghi al termine thauma (prodigio) o alla figura del Taumaturgo, la filologia lo riconosce come l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico, segno di elezione e salvezza già nei profeti, adottato poi dalle comunità copte ed eritree come Mequamia, la stampella dell’asceta: uno strumento che gli asceti applicavano sotto le ascelle per sostenersi durante le interminabili veglie. Un lascito, dunque, delle terre d’Africa.
La campanella ricorda i maialini, come detto sopra, ma anche gli Ospedalieri antoniani, che usavano così avvisare della loro presenza durante le questue. Sembra che il Santo ne portasse uno attaccato al baculo (così Louis Réau, Iconographie de l’art chrétien, che spiega come la campanella sia passata dal maiale al bastone del Santo per sineddoche).
Del fuoco abbiamo detto: richiama l’episodio del sacro furto, richiama il caldo del deserto, e richiama il fuoco di Sant’Antonio, la malattia che oggi chiamiamo Herpes zoster o Erisipela.
Del maiale molto si è detto, ma per approfondimenti rimandiamo al bellissimo articolo di Fioravanti per il Festival del Medievo.
Nelle immagini del “Maestro del Polittico di Sant’Antonio” o nei mosaici antichi (come quelli in Egitto o a Ravenna), Antonio ha spesso solo il bastone Tau. Il maiale e la campanella appaiono massicciamente solo dal XIII-XIV secolo in poi, proprio in concomitanza con la massima espansione degli Ospedalieri in Francia e in Italia.
In sintesi, il Tau costituisce il reperto archeologico più antico, legato al deserto e alla croce, mentre elementi come il maiale, la campanella e il fuoco sono attributi medievali, “innestati” successivamente.

Metamorfosi contemporanee
Oggi la festa di Sant’Antonio è ancora vivissima, è un culto che si rinnova ogni anno e a cui la tradizione popolare è molto legata, soprattutto nelle nostre zone.
Aggiungo, a quanto sopra, qualche esempio di festa nell’aquilano: Paganica, Fontecchio, Fossa, Pizzoli… Alcune specificatamente dedicate alla benedizione degli animali, altre ai fuochi, altre ancora ad entrambi, altre associate a sagre e prodotti tipici.
Osservando le piazze gremite di van per il trasporto equino, e di trattori che aspettano la benedizione, si percepisce come la figura di sant’Antonio sia stata investita di un nuovo ruolo: quello di baluardo contro la fragilità della vita rurale moderna.
La festa si è caricata di una valenza identitaria che vede negli allevatori i nuovi custodi di una tradizione che non è più solo sopravvivenza, ma cultura.
L’allevatore contemporaneo, pur vivendo in un mondo tecnologizzato, avverte ancora il fascino del fuoco e della benedizione. Il nitrito del cavallo sul sagrato della chiesa è un segnale. E quando il fuoco illumina il borgo, è come se da quelle fiamme una scintilla riaccendesse, magicamente, la memoria collettiva.
Sant’Antonio Abate e il patto con il cavaliere: storia e riti del 17 Gennaio
Piccola guida al decoro equestre di Sant’Antonio
Il rituale della vestizione: come preparare il cavallo per il 17 Gennaio
- La partecipazione del cavallo alla benedizione di Sant’Antonio Abate non è una semplice sfilata, ma un atto di devozione che richiede un decoro specifico, radicato nelle antiche consuetudini del mondo rurale. Preparare il proprio animale seguendo la tradizione significa onorare un patto di protezione che dura da secoli.
- 1. La pulizia come purificazione: il rito inizia nella stalla. La strigliatura non serve solo a dare lucentezza al manto, ma rappresenta simbolicamente l’atto di rimuovere le scorie dell’inverno. Un cavallo presentato al Santo deve mostrare la cura e l’orgoglio del suo allevatore; il suo splendore è la testimonianza visibile della salute della scuderia.
- 2. L’intreccio del crine e il simbolismo del rosso: la criniera e la coda devono essere intrecciate con cura. In queste trame si inserisce il nastro rosso, elemento apotropaico per eccellenza. Secondo la tradizione documentata da Paolo Toschi, il rosso non è solo un omaggio al “fuoco” di Antonio, ma funge da scudo contro il malocchio e le infermità (come le coliche o le zoppie). Il nastro deve essere annodato in modo che sia ben visibile.
- Il pane e il sale: la comunione animale: prima di muovere verso il sagrato, è consuetudine offrire al cavallo un pezzetto di pane benedetto o una manciata di sale grosso mischiata alla biada. Il sale è simbolo di sapienza e conservazione contro la corruzione della carne. Questo piccolo gesto rituale serve a fortificare il respiro e le membra del destriero per l’anno a venire.
- Il silenzio dei finimenti: sebbene la bardatura possa essere ricca, la tradizione suggerisce di evitare l’uso di frustini o speroni nel giorno del 17 gennaio. È il giorno della “tregua del lavoro”: il cavallo deve essere condotto con la sola capezza o con morsi leggeri, privilegiando la comunicazione empatica tra uomo e animale. Il suono che deve prevalere è quello dei campanelli, unico richiamo ammesso per allontanare le forze oscure, proprio come la campanella nell’iconografia del Santo.
Luisa Nardecchia – Centro Studi per la Biodiversità PASSIONECAITPR
Ambasciatori della Cultura per L’Aquila 2026

Bibliografia di riferimento e Sitografia
- Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio (la fonte primaria indispensabile per comprendere il passaggio dalla realtà storica dell’eremitismo alla narrazione dei miracoli nel deserto)
- Cattabiani, Alfredo, Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno, Mondadori, Milano, 2003 (un testo fondamentale che analizza con linguaggio elegante il simbolismo del numero 17 e la figura del Santo come eroe portatore di fuoco)
- Di Nola, Alfonso Maria, L’oscurità illuminata. Vita e morte nelle tradizioni popolari, Roma, 1989 (in particolare il saggio sugli aspetti sacrali del maiale, essenziale per comprendere il legame tra macellazione e rito religioso in Abruzzo e nel Lazio). E anche: Antropologia religiosa: per l’analisi dei riti di passaggio e la funzione dei fuochi invernali legati al Santo. Ultimo e non ultimo, Gli aspetti magico-religiosi di sant’antonio abate, studio fondamentale per comprendere il sincretismo tra cristianesimo e riti pagani del fuoco
- Frazer, James Il ramo d’oro (in particolare i capitoli dedicati ai riti di propiziazione e scuse rivolte agli animali uccisi)
- Frugoni, Chiara, Uomini e animali nel Medioevo, Il Mulino, Bologna, 2018 (per lo studio accurato dell’iconografia del maiale, della campanella e dei privilegi economici dell’Ordine degli Antoniani)
- Jensen, Adolf E., Mito e culto tra popoli primitivi, Einaudi, Torino, 1967
- Mircea Eliade, Il mito dell’eterno ritorno (per il concetto di tempo sacro e ripetizione dei gesti primordiali). E anche: Il sacro e il profano
- Pansa, Gennaro, Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo, Sulmona, 1924 (la fonte più autorevole per i testi dei canti popolari e delle leggende sulla “fase del ghiaccio” e il demonio)
- Girolamo (San), Vita di Paolo l’Eremita, in Vite degli eremiti, Città Nuova, Roma, 1996 (per il resoconto dettagliato dell’incontro tra Antonio e Paolo e il miracoloso intervento dei leoni)
- Pastoureau, Michel, “Il maiale. Storia di un cugino poco amato“. Ponte alle Grazie, 2014 (testo fondamentale citato anche nel contributo del Festival del Medioevo, utile per comprendere l’evoluzione del rapporto uomo-animale)
- Réau, Louis, Iconographie de l’art chrétien, PUF, Parigi, 1955-59.
- Archivi del “Festival del Medioevo“: per i saggi specifici sulla figura degli Antoniani e la gestione degli ospedali medievali
- Toschi, P. in Il folklore; o anche in Invito al folklore italiano
- Sull’iconografia di Sant’Antonio Abate
- Biografia del Santo
- Regione Abruzzo – Dipartimento Presidenza, “Sant’Antonio Abate: leggende e riti abruzzesi”, abruzzoturismo.it, 2026.
- ll Capoluogo, “Sant’Antonio, si rinnova la tradizione dei fuochi in Abruzzo”, ilcapoluogo.it, 2025-2026.