Febbraio rurale: dal risveglio dell’orso alla benedizione di San Biagio per muli e cavalli
Siamo nel mese del “passaggio”. Esplorando le tradizioni rurali di febbraio, vedremo che l’allevatore antico rispondeva con una sapienza millenaria atta a difendere la stalla dai predatori e dalle insidie delle successive stagioni. E tutto questo avveniva nei primi tre giorni del mese. Dai “metronomi” alpini di Sant’Orso ai segreti curativi di San Biagio, scopriremo tradizioni che perdurano, adattandosi ai tempi, e feste che ancor oggi si celebrano, non solo per folklore, ma per rinnovata funzione. Sarà un bel viaggio tra biodiversità, fede e scienza (rurale o accademica) per spiegare come gli allevatori-custodi accompagnano ancora oggi i loro Animali verso la primavera.
Il respiro di Luperco e le tradizioni rurali di febbraio: purificazione e protezione
Febbraio non è un mese di attesa, ma un tempo di lotta. L’essenza stessa di questo periodo risiede nel suo nome: il termine deriva dal latino februare, purificare la terra per il suo risveglio.
In questo contesto si collocavano in antico i Lupercalia, riti italici in onore del fauno Luperco, custode degli armenti. Si trattava di un rito di passaggio cruciale, in cui il confine tra il mondo selvatico — rappresentato dal lupo e dall’orso — e quello domestico veniva negoziato: il “selvatico” veniva celebrato affinché la sua forza vitale si trasmettesse ai cavalli, agli asini e alle pecore.
Per l’allevatore moderno, questa antica necessità si traduce nella delicata transizione dalla stalla invernale al pascolo. È un momento di profonda vulnerabilità, in cui la gestione del microclima e l’osservazione dei ritmi biologici diventano necessari, come atto di custodia.

L’orso come metronomo del tempo: tra Imbolc e Candelora e le tradizioni rurali di febbraio
Prima della Candelora liturgica, le comunità rurali celebravano il risveglio dell’orso come se fosse un oracolo vivente. Coincidendo con l’antica festa celtica di Imbolc, il primo giorno di febbraio segna il momento in cui la luce vince le tenebre, ma il freddo non è ancora finito.
Come ricorda Mircea Eliade, l’orso è l’incarnazione dello spirito della vegetazione: è l’unico animale che “muore” nel letargo e “risorge” a primavera.
Spicca, in questo panorama, la festa di Sant’Orso ad Aosta, e la sua devozione in Val d’Aosta, Piemonte, Francia ed altre zone del Nord. Non abbiamo notizie così precise su Sant’Orso, ma è certo che le tradizioni che si legano alla sua figura costituiscono un importante patrimonio culturale.
Le notizie certe su di lui sono poche, ma è certo che fosse invocato contro le malattie del bestiame.
Racconti e testimonianze (tra tutte la “Vita Beati Ursi“) ci tramandano la vita di un uomo umile, che possedeva un orticello i cui frutti divideva in tre parti: una per sé, una per i poveri e una per gli uccellini. Proprio per questo è raffigurato con un uccellino posato sulla spalla.
La leggenda di Sant’Orso, e le previsioni meteorologiche
In questi giorni, che in definitiva coincidono con i giorni della merla, le feste popolari dedicate all’orso sono numerosissime ed estese in tutta Europa, e perfino nel Sud d’Italia.
Nel territorio aquilano del Gran Sasso, si temeva la “fame dell’orso”: se l’animale si svegliava troppo presto, la sua fame avrebbe contagiato simbolicamente gli animali in stalla, esaurendo precocemente le riserve alimentari.
Come spesso capita, per la popolazione rurale si trattava anche di un sistema di previsioni meteorologiche: se il giorno di Sant’Orso c’è il sole, il tempo sarebbe stato brutto per altri quaranta giorni. Dunque secondo la leggenda, la mattina del primo febbraio Sant’Orso mette a seccare (a stendere) il suo mantello fuori dalla sua grotta. Se il tempo è bello, Sant’Orso ritira il mantello, perché capisce che il sole di quel giorno è ingannevole. Se il tempo è brutto il Santo lascia fuori il mantello.
Parallela alla vita del santo scorre quella dell’orso, che in questi giorni si scuote il torpore, e cerca di uscire dal letargo: e in questo caso si dice che se la luna è chiara (cioè piena) l’animale vede proiettata a terra la propria ombra, si spaventa e rientra in tana per altri quaranta giorni.
A quanto pare al Nord il sole è un segnale di pericolo. Sant’Orso che ritira il mantello o l’orso che rientra nella tana sono ammonimenti severi per l’allevatore: “Non vendere il fieno, perché la primavera è lontana“.
Singolare il fatto che invece da noi, al centro Sud, vi sia il detto contrario: “Se alla Candelora è sòle, dell’inverno sémo fòre, ma se piove e tira ventu, chiudi la porta e statti dentru” (se alla Candelora c’è il sole, siamo fuori dall’inverno, ma se piove durerà ancora, sempre riferito al razionamento delle provviste umane e animali). Certamente l’immagine nordica è assai più suggestiva, con l’orso che si spaventa sotto la luna piena, davanti alla propria ombra.
Potessimo ancora vederli, gli orsi, ne faremmo tesoro. Secondo i dati del PATOM e i monitoraggi condotti dal Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, si stima la presenza di appena 50-60 individui. Ogni esemplare perso rappresenta una ferita profonda per il patrimonio genetico della nostra terra. La mortalità è purtroppo ancora legata prevalentemente a cause umane (investimenti, bracconaggio) o a malattie trasmesse dal bestiame domestico.
San Biagio nell’aquilano: le tradizioni rurali di febbraio e il culto di San Biagio
Dopo Sant’Orso e la Candelora, San Biagio interviene il 3 febbraio come il supremo medico delle vie respiratorie,
Martire cristiano, morì decapitato nel 316 dopo essere stato straziato con i pettini di ferro che si usano per cardare la lana. Inoltre, durante la prigionia, salvò miracolosamente un giovane a cui si era conficcata una lisca di pesce in gola, per cui è venerato come protettore sia dei lanai, che di tutti i malati di gola e delle vie respiratorie. Una suggestiva biografia, particolarmente attenta all’intensa protezione di San Biagio sugli animali, la trovate qua.

Il culto di San Biagio è straordinariamente forte in tutta Italia, ma assume sfumature diverse a seconda dell’economia locale (pastorale, agricola o artigiana). Patrono di tutti gli animali, in Europa differenzia il suo culto in aspetti diversissimi.
In tutto l’Abruzzo, nel giorno di San Biagio, detto “lu gargarozzu” (la gola), i devoti di San Biagio usavano andare dai malati di gola e prendendo loro il polso con l’indice ed il pollice pronunciavano le parole “Gliutte, gliutte!” (inghiotti, inghiotti) mentre con il pollice gli si segnava tante croci nel polso pronunciando una litania.
San Biagio all’Aquila: le tradizioni locali
All’Aquila la devozione a San Biagio è molto sentita, e la sua figura è profondamente radicata nella storia e nelle tradizioni locali, con luoghi di culto specifici che testimoniano l’antico legame della città con i castelli fondatori e le corporazioni di mestiere.
Originariamente, la chiesa di San Biagio si trovava nel Quarto di San Giovanni (nella zona di Via Sassa), costruita dagli abitanti del castello di Amiternum (San Vittorino). Successivamente, a causa dei danni dei terremoti nel corso dei secoli, la vita parrocchiale di San Biagio si è spesso appoggiata alla chiesa di San Quinziano, che si trovava nel Quarto di San Pietro (vicino a Via Roma). E la chiesa originaria, quella dedicata anche a San Vittorino, oggi è diventata la Basilica di San Giuseppe Artigiano.

In questa basilica, il 3 febbraio, si tengono le celebrazioni più sentite, con la distribuzione dei pani e la benedizione della gola. Presso l’altare laterale, a destra guardando l’altare maggiore, sotto una grande immagine di San Biagio, viene consegnato il pane benedetto, in ricordo del miracolo “del pane”: la guarigione dalla lisca conficcata nella gola del giovane, secondo questa tradizione, avvenne grazie a della mollica di pane benedetta dal Santo.
La protezione delle panicelle
All’Aquila le malattie della gola e dell’apparato respiratorio erano (e in realtà lo sono ancora) un rischio costante. Ecco che se al Nord si parla di panettone, qui all’Aquila invece il rimedio antichissimo è quello delle panicelle: piccoli pani benedetti, dolci o salati, spesso realizzati in forme che ricordano la mano o la gola, che venivano (e vengono) distribuiti nelle chiese (principalmente in quella di San Biagio) e conservati come protezione per tutto l’anno. I pani vengono realizzati con farine locali pregiate, da panificatori che li offrono in beneficenza.
Insieme al pane, l’olio benedetto per l’unzione della gola, che avviene secondo un rito antichissimo con l’impiego di candele (come si vede bene nel quadro).
Ma vediamo il perché di questa importante devozione storica nell’aquilano.
San Biagio e l’economia della lana
Come abbiamo già detto, la tradizione vuole che San Biagio sia stato martirizzato con i pettini di ferro dei cardatori di lana. L’Aquila è stata per secoli la capitale economica del commercio della lana. Di conseguenza, San Biagio divenne il patrono dei cardatori e dei lanaioli aquilani. Non è un caso che, proprio accanto alla chiesa di San Giuseppe Artigiano, ci sia “Via degli scardassieri“. Le confraternite legate a questi mestieri hanno alimentato il culto del Santo nel corso dei secoli, vedendo in lui non solo un guaritore, ma un protettore del loro lavoro.
Ma c’è di più.

Il legame con il mondo animale: San Biagio custode del respiro dei muli
La devozione popolare estendeva la protezione di San Biagio anche alla canna (gola) degli animali da soma (muli e cavalli). Poiché San Biagio, come detto, è il patrono dei cardatori di lana, e poiché l’Abruzzo viveva di transumanza, perciò è qui in particolare che il Santo divenne il protettore di tutta la filiera della lana. Questo includeva le pecore, gli animali che trasportavano la lana (muli) e perfino gli strumenti di lavoro, tra cui i finimenti e i collari, che venivano talvolta segnati con simboli legati al Santo per proteggere l’animale dai lupi, e dallo strozzarsi sotto lo sforzo.
Nella scheda tecnica illustreremo tutte le modalità con cui veniva espletata la medicina rurale di San Biagio sugli animali della stalla.
Qui diremo solo che non si trattava di mera superstizione, ma di un raffinato sistema di medicina preventiva popolare: la somministrazione di pane e sale benedetti non solo suggellava il patto di cura tra l’allevatore e i suoi aiutanti, ma agiva fisiologicamente, stimolando la salivazione e l’idratazione, in un periodo in cui la disidratazione da freddo è un’insidia concreta per muli e cavalli.
In questo senso, San Biagio non si limitava a proteggere l’animale fisicamente, ma permetteva alla biodiversità della stalla di resistere fino al definitivo risveglio della primavera.
Spostiamoci al Nord: nelle campagne venete, il giorno di San Biagio si controllava lo stato di salute dei cavalli: se l’animale aveva superato indenne i giorni della merla, ed era arrivato a San Biagio senza tosse, si metteva in conto che si trattava di un animale forte per la stagione agricola imminente.

Biodiversità e benessere equino: la risposta metabolica al freddo
La biodiversità dei riti rispecchia la biodiversità delle razze.
Ogni territorio ha adattato il rito (in questo caso di San Biagio) alle proprie esigenze climatiche, poiché diversa è la risposta metabolica degli animali. Facciamo qualche esempio.
Il mulo di Martina Franca eccelle, per esempio, nella resistenza al caldo, ma nel freddo umido richiede una gestione attenta per evitare dermatiti o affezioni respiratorie: ecco che i riti di unzione servivano a stimolare la deglutizione e a lubrificare le prime vie aeree, proteggendo quel sistema respiratorio così efficiente nel caldo pugliese ma fragile sotto la tramontana.
Il Cavallo Agricolo Italiano (TPR) è una “centrale termica” vivente che sopporta il gelo del Nord, ma che necessita di cure post-lavoro per evitare colpi di freddo sotto il fitto mantello. La ritualità post-benedizione prevedeva spesso la strigliatura accurata con l’uso di panni di lana benedetti. Asciugare il mantello per evitare i colpi di freddo era un atto di devozione, ma il rito diventa il ponte tra la natura dell’animale, la cura dell’uomo e la protezione del Santo.
Infine, le popolazioni equine autoctone dell’Appennino Centrale sviluppano un ematocrito più alto e un mantello “oleoso” che fa scivolare la neve, una difesa naturale documentata dalle indagini dell’Università di Teramo e dell’ARAP. Il rito dell’unzione sugli stinchi e sul petto si sposa con la natura “oleosa” del mantello. La ritualità religiosa andava a rinforzare la barriera naturale.
Ebbene, ciò che una volta l’allevatore faceva per intuizione e devozione, e cioè capire che l’animale è un essere con bisogni specifici, e attraverso il rito riconoscere l‘unicità biologica di ogni soggetto, trova oggi un preciso riscontro normativo nel Codice per la tutela e la gestione degli equidi, che impone una gestione calibrata sul fabbisogno metabolico specifico di ogni razza, elevando la dignità dell’animale a essere senziente.
Un traguardo giuridico che, come detto poc’anzi, i nostri allevatori avevano già scolpito nei gesti devozionali di San Biagio, dove la cura del corpo non era mai disgiunta dal rispetto per la vita.
Conclusione: verso la primavera, un equilibrio delicato
Febbraio è un mese-soglia. Ripercorrere i riti legati a Sant’Orso e San Biagio significa preservare tradizioni secolari e insieme anche razze animali autoctone.
Le tradizioni più antiche ci sembreranno lontane, eppure sono ancora vive, e sta a noi perpetuarle come patrimonio.
La memoria e la sensibilità non potranno mai essere “obblighi di legge” o imposizioni.
Dobbiamo coltivarle come imperativo etico.
Alzare gli occhi e guardare la luna.
Guardare la luna, piuttosto che il dito.
Luisa Nardecchia – Centro Studi per la Biodiversità PASSIONECAITPR
Ambasciatori della Cultura per L’Aquila 2026
Scheda tecnica: La medicina rurale di San Biagio
l rito della Gola: somministrazione di mele o pane benedetto strofinati con erbe balsamiche (timo, malva) per fluidificare le secrezioni e prevenire la tosse asinina.
L’olio di San Biagio: massaggio di collo, petto e stinchi con olio benedetto e iperico per stimolare la circolazione periferica e prevenire infiammazioni da stasi.
I suffumigi: combustione di ginepro e pino laricio per disinfettare l’aria della stalla dall’ammoniaca e purificare l’ambiente.
La mascalcia rituale: credenza che i ferri messi tra Candelora e San Biagio proteggano dalle inciampate sul ghiaccio, e uso di catrame vegetale per impermeabilizzare lo zoccolo.
Tabella dei Santi della soglia
| Data | Santo / Ricorrenza | Funzione simbolica | Azione operativa per l’Allevatore |
| 1 Febbraio (cristianizzazione al Nord) | Sant’Orso | Metronomo climatico (Alpi) | Valutazione scorte di fieno e tempra del bestiame |
| 2 Febbraio | Candelora | Il verdetto della luce | Osservazione del meteo per prevedere il ritorno del gelo |
| 3 Febbraio (cristianizzazione diffusa) | San Biagio | Medico del respiro e della gola | Benedizione di pane e sale; prevenzione affezioni respiratorie |
| Febbraio (in antico, paganesimo precristiano) | Lupercalia | Purificazione e fertilità | Transizione dalla stalla al pascolo; protezione dalle insidie del selvatico |
Bibliografia ragionata
- Ciucci, P., & Boitani, L., Global Change Biology (studi sull’ecologia dei grandi mammiferi appenninici e variazioni dei ritmi biologici)
- ANACAITPR, Bollettino Tecnico e Rivista “Il Cavallo Agricolo Italiano” (articoli sulla gestione invernale e metabolismo del cavallo da TPR)
- De Martino, E., Sud e Magia, Feltrinelli, Milano, 1959 (fondamentale per i concetti di “crisi della presenza” e protezione rituale, e per il concetto di “legatura” e “protezione della presenza” )
- Di Nola, A. M., L’Abruzzo magico, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1993 (riti di San Biagio e protezione degli animali nell’aquilano, e sulle trappole visive e dei simboli sulle soglie)
- Eliade, M., Trattato di storia delle religioni, Boringhieri, Torino, 1976 (simbolismo dell’orso)
- Frazer, J. G., Il ramo d’oro, passim
- Gandolfi, A. & Di Lanzo, M., Fest’ e fiera. Calendario illustrato dei riti abruzzesi, Radici Edizioni, 2023 (riti di Febbraio, San Biagio)
- Gandolfi, A., Amuleti e ornamenti magici d’Abruzzo, CARSA Edizioni, Pescara, 2001 (valore apotropaico dei segni geometrici e solari)
- Gandolfi, A., Pastori. Tra le due sponde dell’Adriatico, Synapsi Edizioni, 2006 (strumenti di lavoro, inclusi gli scocquilli, i collari)
- Giancristofaro, E., Totemàjje. Viaggio nella cultura popolare abruzzese, Rocco Carabba Editore, Lanciano, 1978 (sulla “scrittura dei pastori” e sui marchi a fuoco)
- Giancristofaro, E., Tradizioni popolari d’Abruzzo, Rivista Abruzzese, 1995 (riti dell’orso e maschere zoomorfe)
- Ministero della Salute, Codice per la tutela e la gestione degli equidi, 2010. (Quadro normativo sul benessere e le necessità fisiologiche degli equini)
- Profeta, G., Lupo, orso e sciamanesimo in Abruzzo, Japadre, L’Aquila, 1984 (ritualità legata ai predatori e alla difesa degli armenti nell’aquilano)
- Profeta, G., Santi, streghe e lupi: miti e riti dell’area abruzzese, L. U. Japadre, L’Aquila, 1991 (sui simboli apotropaici)
- Schmidt, D., L’antropologo e il folklore, in “Rivista Abruzzese” (idem come sopra)
- Università degli Studi di Teramo / ARAP, Indagini fisiologiche e biometriche sulle razze autoctone appenniniche, (Dati su ematocrito e adattamento climatico degli equini locali).
